Marco è un bambino di sette anni che fa fatica nel gestire alcune attività della vita quotidiana, come vestirsi, spogliarsi, abbottonare e sbottonare, allacciarsi le scarpe, aprire la confezione della merendina. Non ha mai imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, è goffo nei movimenti, si confonde facilmente fra destra e sinistra. A scuola non ama disegnare, fa fatica a scrivere in corsivo e a organizzare lo spazio della pagina, è disordinato nella gestione del materiale scolastico: perde continuamente penna, gomma, matita; la maestra lo ha soprannominato “Marco il pasticcione”.

Lucia ha cinque anni e il suo linguaggio non solo è ancora molto limitato, ma anche poco intellegibile. Ha imparato a soffiare le candeline e a soffiarsi il naso tardi e con difficoltà; quando pronuncia le parole più lunghe, sembra impacciata e fa diversi tentativi per riuscirci, con risultati quasi sempre deludenti. La mamma si lamenta che Lucia mangia poco, sempre e solo alcuni cibi. Impugna la matita con quattro dita, non impara le filastrocche, non imita i gesti in sequenza delle canzoncine, a volte mostra difficoltà a relazionarsi con gli altri bambini della sua classe. 

Che cosa hanno in comune Marco e Lucia? Sono entrambi affetti da disprassia evolutiva. Questo disturbo colpisce – in modo più o  meno pronunciato – la capacità di rappresentarsi, programmare ed eseguire degli atti motori in sequenza (le prassie), per portare a termine un’azione intenzionale, ossia finalizzata ad un preciso scopo. La disprassia può riguardare il corpo nel suo complesso o singoli distretti motori. Le abilità prassiche si sviluppano già in epoca neonatale, quando gradualmente nasce “l’intenzione”, ovvero la regolazione dei processi cognitivi per organizzare delle risposte adattive. 

Quali sono le cause della disprassia?

Le cause di questo disturbo non sono ancora del tutto accertate. Secondo la maggior parte degli autori, svolgono un ruolo cruciale sia la familiarità e i fattori genetici, sia le problematiche intercorse durante la gravidanza e/o il parto, anche se di natura lieve – e spesso non riportate in cartella clinica. La ricerca è concorde nel definire alcuni indicatori di rischio: la nascita pretermine (prima della 37° settimana di gestazione) ma anche la postmaturità (nascita oltre la 42° settimana); la disprassia ha inoltre un’incidenza molto elevata nei bambini immaturi e con basso peso alla nascita. 

Se da una  parte si è parlato di evidenze diagnostiche con i moderni mezzi di neuroimaging (TAC, RMF, PET) che hanno rilevato lievi anomalie di alcune strutture cerebrali nei soggetti con disprassia, altri autori sostengono la tesi di una “disfunzione delle reti neurali”, ovvero di una immaturità di alcune aree del sistema nervoso centrale, che non permette la pianificazione e la realizzazione di azioni volontarie in sequenza, coordinate e dirette ad un determinato fine, e ne ostacola l’automatizzazione, ossia la riproduzione in modo fluido e senza sforzo.

Come si riconosce la disprassia?

Nei bambini affetti da disprassia si ritrovano alcune caratteristiche, a volte isolate, a volte in combinazione:

  • Ipersensibilità alle stimolazioni tattili, visive e/o sonore, che si può osservare fin dai primi mesi di vita;  difficoltà alimentari  in termini di iperselettività. Alcuni autori hanno definito la disprassia come “disturbo dell’integrazione sensoriale”.
  • Impaccio nel compiere i gesti, sia finalizzati all’uso degli oggetti (gesti transitivi) che simbolici (gesti intransitivi). In questo senso possono rappresentare indizi precoci le difficoltà nella prensione degli oggetti e – in epoca prescolare – degli strumenti grafici, nell’indicare i numeri con le dita, nell’imitare i gesti delle canzoncine o delle filastrocche.
  • Assenza o ritardo nella produzione del linguaggio verbale, per difficoltà più o meno marcate nell’articolazione e nell’articolazione in sequenza (coarticolazione) dei suoni.
  • Difficoltà nella percezione visiva e visuo-spaziale, che nei bambini investono le capacità di esplorare il campo visivo e di inseguire con lo sguardo un oggetto in movimento.
  • Problematiche legate agli apprendimenti e difficoltà di attenzione e nel comportamento, pur in presenza di un livello cognitivo nella norma, nei casi di disprassia “pura”. 

Riassumendo, un rallentamento delle varie tappe dello sviluppo motorio – e spesso anche linguistico – del bambino nei suoi primi anni di vita dovrebbe mettere in guardia l’adulto rispetto al rischio di trovarsi dinanzi a un bambino con disprassia: un bambino impacciato, “goffo”, spesso non in grado di usare in contemporanea i vari distretti corporei, più lento dei suoi coetanei anche quando ha imparato ad eseguire delle azioni, con un linguaggio a sua volta rallentato  ed impacciato dalla difficoltà ad articolare le sequenze di suoni che compongono le parole. La stessa lentezza esecutiva che si riscontra in tutte le attività della vita quotidiana caratterizzerà anche le performance scolastiche del bambino disprattico.

Come si può intervenire?

La diagnosi e il trattamento precoci sono molto importanti: il cervello infatti cambia e si sviluppa rapidamente nel corso dei primi anni di vita del bambino. Proprio durante questo periodo, infatti, la “plasticità cerebrale” è massima: nel sistema nervoso, in base alle stimolazioni in entrata, vengono eliminati i collegamenti non utilizzati ed attivati sempre nuovi collegamenti, che permettono al bambino di sviluppare gradualmente le sue abilità, le sue competenze e le sue funzioni adattive.

Con un intervento riabilitativo specifico e tempestivo, quindi, la disprassia migliora. 

A chi rivolgersi?

Le figure professionali che si occupano di disprassia sono: il neuropsichiatra infantile, il neuropsicologo, il logopedista, lo psicomotricista e il terapista della neuropsicomotricità, che lavorano in équipe ai fini della diagnosi e del piano riabilitativo. Importante è l’apporto del pediatra, che ha un ruolo privilegiato di osservazione dei sintomi e – in caso di sospetto  di disprassia -può tempestivamente avviare il bambino ai professionisti competenti. 

In conclusione, la precocità della diagnosi e dell’intervento sono cruciali per il mantenimento del benessere psicofisico del bambino disprattico, nel quale molto può innalzarsi il livello di frustrazione rispetto alle richieste che gli giungono dall’ambiente circostante, in seno alla famiglia e a scuola.  Alto è quindi, di conseguenza, il rischio che possa sviluppare disturbi emotivo-affettivi e/o comportamentali di varia entità. 

  Dott.ssa Paola Montoro – Logopedista e Counselor

Dott.ssa Raffaella Sisti – Logopedista

                         Studio di Logopedia – Associazione Paroleincerchio

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